Il Victoria and Albertun museum celebra l'arte di Gianni Versace a cinque anni dalla scomparsa

 

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Il Victoria and Albertun museum celebra l'arte di Gianni Versace a cinque anni dalla scomparsa
di NATALIA ASPESI

Per Diana d'Inghilterra, il primo abito di Versace fu il segnale definitivo della sua ribellione, quasi uno schiaffo alla Regina: era il 1992, suo marito, il principe Carlo, da anni non entrava nella sua camera da letto e anche troppi gigolo attentavano cupidi alla sua fragilit?inquieta: quel lungo vestito di raso azzurro pallido, aderente, a ricami dorati e luccicanti, che rivelava il suo giovane seno principesco, trasformè la graziosa principessa dall'aria spaurita in una giovane donna bella, ardimentosa, quasi sfacciata. Appunto una donna Versace.

A Elizabeth Hurley, una insignificante signorina con il solo merito di accompagnare a Londra il divetto Hugh Grant alla prima di Quattro matrimoni e un funerale, nel 1994, bast?indossare in quella occasione mondana un Versace tenuto insieme da spille dorate, che la denudava, per diventare di colpo non solo una star mondiale, ma addirittura uno dei simboli più massificati degli stessi anni '90, tempo di decadenza esibizionista, di inestricabile intreccio tra moda, mercato e celebrit?volatili, dell'invenzione delle supermodel, creature di ipermeraviglia che per un decennio avrebbero rappresentato l'insostenibile immagine della femminilit?

I due abiti-icona, entrati nella nera storia del costume contemporaneo più sfuggente, e quelli indossati da Madonna, o da Sting, o da Elton John, o il regale abito da sposa di Francesca von Thyssen, sono tra i 138 che saranno esposti nella più grande mostra che il Victoria and Albert Museum abbia mai dedicato a uno stilista: ed ?significativo che una istituzione così venerabile, accademica e elegantemente british, abbia scelto Gianni Versace, il più provocante, fiammeggiante, dionisiaco dei creatori di moda, di un'epoca in cui ancora la moda aveva il diritto, se non il dovere, di essere creativa. Come dice Quirino Conti, stilista, scenografo e costumista, "Versace stato l'ultima e più forte espressione del tentativo del creatore di moda di farsi artista".

A cinque anni dalla sua tragica morte a 51 anni, vogliono rendergli omaggio e, dicono i responsabili del museo, ricordare come la sua visione del corpo della donna e il modo di abbigliarla, abbiano cambiato per sempre il nostro modo di guardare e pensare all'abbigliamento: ma anche ricercare dietro alla sua ossessione per gli addobbi e i colori e le opulenze e gli svelamenti, la sua autentica passione, l'ansia di cultura, la ricerca tecnica continua, insomma un talento e una eccellenza: tutto ci che oggi, trionfando l'accumulo senza identit?necessario ai grandi consumi, non serve più non c'?i?

Ed ?per questo che la mostra diventa storica, come se esponesse arazzi fiamminghi o gioielli etruschi: parla di un tempo e di un modo di lavorare e creare, che in soli cinque anni ?giàdiventato passato. Si intitola "The art and craft of Gianni Versace" (17 ottobre-12 gennaio, catalogo pubblicato dal museo, pagg. 160, [Sterlina] 24,95), con ovvio riferimento al movimento di fine Ottocento Arts and Crafts che celebrava il rapporto arte-industria, e di cui il Victoria and Albert possiede tessuti, mobili, oggetti.

E' tale il rapimento per quella che viene chiamata dal Times la Frock Art (arte dell'abito) del grande creatore italiano, che, contrariamente a quanto fanno altre istituzioni sempre a caccia di finanziamenti, l'immenso museo londinese non ha chiesto neppure una sterlina alla casa milanese, e ha fatto, col solo contributo dei suoi anonimi sostenitori, una mostra tra le sue più importanti.

Dice la sorella Donatella Versace: "E' vero, sono arrivati qui i curatori, Claire Wilcox, Valerie Mendes e Chiara Buss, a frugare negli archivi, hanno fatto le loro scelte, ma hanno ascoltato anche le mie proposte, perché alla fine io sola so quali sono i modelli che più rispecchiano il talento di Gianni. Di mostre gliene hanno dedicate tante, sin dal 1986, ma questa per me ?speciale, mi commuove profondamente. perché proprio al Victoria and Albert lui ha esposto per la prima volta i suoi modelli, nel 1985, e ricordo il suo orgoglio: alla vigilia dell'inaugurazione, avevamo finito di lavorare alle 4 del mattino e tornando in albergo mi disse, pensa che onore se un giorno questo museo mi dedicasse una mostra tutta mia. Era tra i suoi preferiti, con il Gugghenheim di New York e il Bobourg di Parigi, e in tutti mi trascinava continuamente, e mi spiegava le epoche dell'arte, gli artisti, e ogni cosa dei mutamenti del gusto, le decorazioni, i tessuti, i fregi, i ricami, i gioielli, tutto ci che poteva ispirarlo. Una volta mi portò a Ravenna per vedere i mosaici, solo perché aveva deciso di far ricamare sugli abiti di cuoio nero le croci bizantine". Sembrano lunghi cinque anni, in tempi in cui ogni memoria viene cancellata in pochi giorni, soprattutto per la moda che dovrebbe rinnovarsi in continuazione: eppure ?proprio la moda che continua a celebrare Gianni Versace, copiandolo quasi sempre malamente, togliendogli ogni meraviglia e scandalo, eliminando ogni audacia e ricerca, adattandolo a un mercato massificato, trasformando l'accesa spettacolarit?dei suoi modelli in quella volgarit?dozzinale che Montesquieu chiamava 'il sublime del popolo'".

Per?ad essere accusato di volgarit? estremismo decorativo, eccesso di opulenza, addirittura pornografia, era stato lui. La moda italiana dei primi anni '90 che invadeva il mondo e arricchiva la nostra bilancia dei pagamenti era dominata dall'aggraziata sobriet di Armani e si rivolgeva a un quieto mondo di signore, autosufficienti e autonome, nemiche di ogni molestia e provocazione, fatte per accompagnarsi a uomini irreprensibili e rispettosi della loro casta libert?

Improvvisamente, alle sfilate del marzo 1992, ci furono deliqui e indignazioni: sulla passerella di Gianni Versace comparvero scandalose sottomesse dominatrici sadomaso, emerse dalle nebbie letterarie di Histoire d'O: ragazze col seno legato da nastri di raso come nelle più lussuose fantasie bondage, ambigue signore disposte alla sottomissione e all'imperio sessuale, tutte una cinghia, un collare, una borchia, un frustino di lucente cuoio nero e diamanti.

Nel 1987 Versace aveva presentato a Dallas una collezione ineggiante alla Sadomaso Girl, e gli avevano fatto interrompere la sfilata addirittura cacciandolo. Ma quattro anni dopo i tempi erano maturi e le donne sempre più impazienti: stava cominciando il lento declino della dama chiusa nella sua immagine per bene e forse un po' stantia, nasceva la signora imprudente e lungimirante, che avrebbe imparato a usare il suo corpo come un contundente attrezzo di seduzione e ascesa professionale. In quell'occasione Versace fu lapidario: "Io non credo nel buon gusto, ?qualcosa di troppo datato".

Arrivato da Reggio Calabria a Milano nel 1972, a 25 anni, aveva tentato, agli inizi, di allinearsi alla chiarezza del gusto e delle tecniche imperanti, che creavano bellezza per applicarla a un progetto industriale. A cambiare del tutto la sua vita e il suo lavoro fu l'incontro con Maurice Bejart, coreografo, filosofo, antropologo di grande cultura, che lo rivel'a s?stesso: tra i molti costumi fantasmagorici in mostra (per una Salome alla Scala, per un Capriccio alla Royal Opera House), ci sono anche quelli per i balletti di Bejart, da Dionysus a Malreaux ou la M?amorphose des Dieux. Da quel momento, dicono gli esteti, alla perfezione apollinea di Armani, Versace oppose una nuova oscurit dionisiaca, orgiastica: e fu lui per esempio a chiedere al fotografo Avedon di ispirarsi per una campagna pubblicaria, al Delacroix di La morte di Sardanapalo.

Il suo approccio alla cultura era stato vorace, eclettico, lo trasformava in un mecenate mediceo che riempiva le sue opulente dimore di oggetti fatti fare appositamente per lui o di opere d'arte antiche ma anche contemporanee. Dice Conti: "Aveva smesso di sentire il peso della sua origine calabrese, studiando la Magna Grecia, o della sua omosessualit?scoprendo Alessandro Magno. Poteva quindi rompere con l'alibi della perfezione e saggezza lombarda, che condannava l'dea della decorazione come una colpa, e lasciarsi andare alla sua genialit? alla sua imprecisione sventata e postmoderna".

Poteva vivere e lavorare come gli pareva, sfrenatamente, da artista, circondato da artisti. Sino alla fine, a quei colpi di pistola, una vera esecuzione, la mattina del 15 luglio 1997, sui gradini della sua dimora più amata, a Miami.
 


Tratto dal quotidiano la Repubblica


 

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