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La City soffre, e Blair rischia di pagare il conto

PAOLO FILO DELLA TORRE

La City detesta le incertezze e questa del risultato della ormai quasi certa guerra angloamericana contro l?Iraq, la paralizza. Il volume di affari in questa prima metè di marzo ?sceso ai minimi storici dell?ultimo decennio. Il rimbalzo di fine settimana delle quotazioni della Borsa di Londra, trainata da Wall Street, tornato "Toro", ha prodotto qualche sospiro di sollievo, ma non libagioni di champagne, malgrado il rialzo di gioved?ia stato il più rimarchevole da quindici anni a questa parte. In ogni caso lo champagne come il pat?e il formaggio Camembert (in quanto simboli della Francia), sono boicottati da quando Chirac ha bocciato i sei punti del diktat di Blair a Baghdad e ha minacciato il suo veto alla nuova mozione angloamericana che avrebbe dovuto autorizzare la guerra contro Saddam Hussein.
A Londra, come dice David Brown della Bear Steams, di questi tempi si fanno certo pochi affari. Si preferisce attendere, non rischiare perdite. Paradossalmente, è il mercato immobiliare del quale si temeva un crollo per via degli impressionanti aumenti registrati negli ultimi due anni, il settore dell?economia che dè ancora segni di vita. E' sostenuto dai capitali degli sceicchi, trasferiti a Londra da questi ultimi che li avevano depositati su banche americane e sono investiti in case e uffici da gruppi come la societàGulf Atlantic Real Estate.
La capitale britannica che era rimasta "cicala" fino a qualche mese fa, quando ancora la gente spendeva e spendeva, ha ora un numero eccezionale di aspiranti formiche. Per lo più ex yuppie, in cerca di lavoro, possibilmente nelle banche della City che tuttavia continuano a licenziare. Ma anche i posti nel settore alberghiero o della ristorazione, o dei trasporti continuano a diminuire. Sono quelli che vanno peggio. Il turismo di qualit??crollato. Alberghi extralusso nei quali agli inizi di primavera era difficile trovare posto adesso offrono tariffe specialissime, ai ristoranti alla moda si può andare senza prenotazione e così pure a teatro, sembra essere tornati indietro di decenni. Persino il geniale imprenditore dello EasyJet Stelios HajiIannu, ha visto la sua fortuna quasi dimezzarsi da una stima di 600 milioni di sterline a 300, specialmente per il flop dei suoi localiinternet noti come easycaf? Tutti si lamentano. Persino la regina Elisabetta, il cui patrimonio personale ?calato da un valore di un miliardo e 150 milioni di sterline a 976 milioni.
La sovrana ?vittima del crollo del valore del suo portafoglio di azioni di societàbritanniche. Appena due mesi fa i maggiori esperti di questioni finanziarie sostenevano che l?indice del Financial Times che misura l?andamento del mercato azionario sarebbe salito sopra il livello di cinquemila punti. Invece siamo intorno ai 3.500. E la tendenza appare sconcertante, malgrado alcune delle azioni siano considerate particolarmente a buon prezzo.
La guerra potrebbe favorire alcune societàpetrolifere. In particolare quella americana Exxon e la British Petroleum insieme alla Shell. Queste ultime due erano giàmolto attive per lo sfruttamento dei pozzi petroliferi iracheni fin dagli anni Venti. Ora, si ritiene che malgrado alcune dichiarazioni contrarie, potrebbero tornare ad avere le concessioni. Ma anche su questo tema non ci sono certezze. Si mette in particolare risalto il pericolo che Saddam Hussein possa ordinare ai suoi uomini di dare alle fiamme i pozzi petroliferi, come fece undici anni fa con quelli del Kuwait per "punire" i suoi nemici. In ogni caso c'?a possibilitàche prima di poter assicurare che la produzione di petrolio sia superiore alla domanda potrebbero trascorrere addirittura anni. Secondo le attuali stime la drastica riduzione delle forniture venezuelane ha un impatto quanto mai negativo sulle quotazioni, nel senso che continuano a salire. Anche le stime più ottimiste indicano una quotazione di 35 dollari a barile per il 2003. L?Arabia Saudita ha una capacità di produzione di 10 milioni e 500 mila barili. Ma anche per arrivare a tale livello ci vorr?del tempo.
Intanto si è anche accesa una forte polemica, specialmente negli ambienti politici, per quanto riguarda i contratti per la ricostruzione delle strutture economicosociali dell?Iraq dopo la guerra. Si prevede che il generale americano Tommy Franks possa avere un ruolo decisionale nella scelta nelle aziende alle quali affidare le principali commesse. L?America avrebbe assicurato prestiti e capitali per 900 milioni di dollari. Per questa ragione, essendo gli Stati Uniti i principali sovvenzionatori del piano di ricostruzione, sarebbero proprio le aziende Usa ad assicurarsi la quasi totalit?dei contratti, magari a scapito di quelle britanniche.
In questo modo, i possibili vantaggi postbellici per l?economia britannica si ridurrebbero ulteriormente. Ma giàprima della possibilitàdi un intervento armato in Iraq, le prospettive economiche britanniche apparivano difficili. La produzione industriale ?in fortissimo calo. Il governo sembra deciso ad aumentare notevolmente la spesa pubblica e per far quadrare il bilancio dello Stato ad aumentare anche la tassazione. L?incertezza attuale acuisce notevolmente queste prospettive. Inoltre, se la guerra dovesse rivelarsi più lunga del previsto e ci fossero perdite tra i soldati britannici, la popolaritè di Blair che ?giàa livelli estremamente bassi crollerebbe. Nel Labour c'?lima di ammutinamento. Alcuni parlamentari chiedono un Congresso straordinario che potrebbe costare all?attuale premier la leadership del partito e addirittura l?incarico di primo ministro. Lo potrebbe sostituire l?attuale cancelliere dello Scacchiere
Gordon Brown, che ?molto più su posizioni di sinistra e quindi meno popolare nella City e negli ambienti industriali. C?è anche il pericolo di una forte spaccatura interna nel partito, che ridurrebbe ancora la fiducia del paese nel governo.

Tratto da Affari&Finanza di La Repubblica

 

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